Le dieci canzoni più belle dei Beatles

  • Le dieci canzoni più belle dei Beatles

    I Beatles sono una vicenda complessa che ha disposto della musica e del mondo a proprio piacimento e lo ha fatto in meno di dieci anni. Dieci anni, il tempo lungo di una rivoluzione. Perché la musica dopo i Beatles non è stata più la stessa. Gli scarafaggi rappresentano dunque tanto, il capitolo più entusiasmante della musica moderna, la band più influente della storia, quello capace di vendere più di un miliardo di dischi. Un miliardo di dischi? Quanti sono un miliardo di dischi?! E allora maneggiare la storia è come maneggiare la nitroglicerina e anche se riassumere la loro carriera in diecicanzoni può sembrare offensivo, anzi osceno, noi lo facciamo lo stesso! E sul primo posto non abbiamo dubbi.

  • 10 - Hey Jude | THE BEATLES (WHITE ALBUM) - 1968 

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    Chi? La storia non è chiara, la versione più accreditata sostiene che Jude fosse in realtà Julian, il figlio di Lennon alle prese con la separazione dei genitori.
    Come al solito le leggende da lì in po si accavalleranno!
    Canzone per consolare.

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    Vuoi ascoltarle tutte e dieci in sequenza?
    Sul nostro canale Youtube abbiamo creato la PLAYLIST per riprodurre tutte le canzoni in sequenza, dalla dieci alla uno. LEDIECI Youtube | Playlist Le dieci canzoni più belle dei Beatles

  • 9 - Something | ABBEY ROAD - 1969 

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    Macca la definì la migliore canzone che George (Harrison) avesse mai scritto.
    Anche Lennon l’amava parecchio.
    La struttura è classica, la dedica alla moglie, Pattie Boyd. 

  • 8 - In my life | RUBBER SOUL - 1965 

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    Una fra le canzoni in assoluto in cui il disaccordo sulla stesura fra Lennon e Mc Cartney fu più acceso.
    Uscì bellissima! LENNONIANA.

  • 7 - Yesterday | HELP! - 1965 

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    Storica, la canzone con più cover della musica.
    Le influenze accompagnarono Macca, che ne sognò la melodia.
    Per sua stessa ammissione, è un inconscio tributo a un celebre standard jazz che papà McCartney suonava spesso con la sua tromba.

    E le parole? Anche i geni faticano ogni tanto, sicchè per mesi la canzone fu "Scrambled eggs" (uova strapazzate).

  • 6 - I Want to Hold Your Hand | - 1963 

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    Rappresenta quello che il produttore, George Martin, considerava l’apice della prima fase di sviluppo degli scarafaggi!

    Scritto da Lennon e McCartney in uno scantinato, il titolo significa “Voglio tenerti la mano”.

  • 5 - Strawberry Fields forever | MAGICAL MYSTERY TOUR - 1967  

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    Immaginate di essere uno dei principali autori della band più innovativa e creativa mai esistita e di essere chiamati a recitare in un film. Un film vero, non uno dei, seppur fantastici, musicarelli della vostra band. Cerchereste di fare bella figura dedicandovi solo alla recitazione o riuscireste a farvi “distrarre” da quella chitarra che è sempre in giro sul set?
    Ecco, da questa distrazione nasce uno dei pezzi più belli di sempre.
    Nonostante marjuana e LSD i viaggi psichedelici partono comunque dai luoghi dell'infanzia per poi raggiungere dimensioni allucinate.

    Dai primi demo chitarra/voce di Lennon alla versione finale ne sono passate delle belle: la prima volta del mellotron, l'ormai solita orchestra e un “taglia-cuci-accelera-rallenta-le-bobine-che-poi-uniamo-tutto” passato alla storia (e l'immancabile “Non mi convince” di Lennon dopo 45 ore di registrazioni). E pensare che l'hanno scartata dalla tracklist di Sgt. Pepper's...

  • 4 - Across the Universe | LET IT BE - 1970 

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    Partire alle 4.00 del mattino da una stanza con un pianoforte, con una quasi ex moglie al piano superiore e attraversare l'universo. Un universo fatto di sbalzi d'umore, di luci e pensieri che prendono corpo grazie alle parole di un ispiratissimo Lennon che in uno dei momenti più difficili della sua, putroppo, breve vita sussurra al mondo un grido di orgoglio: niente avrebbe potuto cambiare il suo mondo.
    Non c'è riuscito nemmeno un assassino a cambiare quel mondo che questo ragazzo di Liverpool ci ha donato assieme ai suoi tre compari.

    Solo loro sono riusciti a cambiare il mondo in bianco e nero a cui l'umanità era abituata consegnandole quei colori che sono arrivati fino a 421 anni luce da noi. Splendendo per sempre e ovunque.

  • 3 - Dear Prudence | THE BEATLES (WHITE ALBUM) - 1968 

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    India, 1968: i Beatles e quella fricchettonata della meditazione trascendentale del Maharishi Mahesh Yogi. Con loro alcuni amici tra cui Donovan, Mike Love dei Beach Boys, Mia Farrow e sua sorella Prudence.

    La cara Prudence era la più convinta del gruppo tanto da rimanere per ben 3 settimane rinchiusa in camera in piena meditazione. Dall'altra parte della porta John, Paul e George che le canticchiano “Won't you come out to play?”. Non si sa ancora se quella porta si sia aperta immediatamente o meno.
    L'unica certezza è questo brano soffice, delicato, con quell'arpeggio (in cui pare esserci lo zampino di Donovan) la cui risonanza fa vibrare ossa e parti molli.

  • 2 - Ticket to ride | HELP! - 1965  

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    Anni '60: sorrisi smaglianti, abiti e acconciature impeccabili e “swinging London” pensiero.
    I Beatles che fanno? Lanciano un singolo che apre con la frase “I think I'm gonna be sad, I think it's today”!

    Chissà quante ragazzine si saranno mangiate le mani e strappate i pochi capelli superstiti di precedenti strappi nel sentire questi quattro desideratissimi giovani raccontare del loro biglietto snobbato, stracciato da una sciacquetta qualsiasi.
    Il tutto condito, manco a dirlo, da una base ritmica all'avanguardia per quei tempi (Ringo d'eccezione), un riff di chitarra tanto penetrante da essere definito da Lennon “il primo esempio di heavy metal” e una melodia che rimarrà per sempre incisa nei timpani di chi l'abbia ascoltata, anche per una sola volta.

  • 1 - A day in the life  

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    Il brano più denso del disco più denso della storia.
    Sicuramente l'apice della creatività dei Fab4 e soprattutto dei SuperFab2, John e Paul, che dimostrano qui tutta la loro innata dote compositiva e l'acquisita capacità sperimentativa.
    Stralci di giornale, ricordi, storie sconnesse, solo apparentemente, poiché legate dall'accadere durante un giorno, un giorno qualsiasi della propria vita.
    “A day in the life”, nonostante una sequenza di accordi tutto sommato semplice, ha struttura e arrangiamento unici, onirici come nessun altro brano. Un fuoco d'artificio che esplode con quell'inner groove finale per il quale furono scomodati 45 orchestrali con tanto di nasi finti e costumi da gorilla.
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